Partenza ore 7.30.
Destinazione: Niagara Falls, nello stato dell'Ontario, che dista 367 chilometri.
Fuori l'aria è fresca e, come ieri, si respira meglio.
Stop benzina: il prezzo è 3,71 al gallone. Ne facciamo 50$.
Puntando dritti verso nord, il paesaggio si fa più verde: ci sono laghetti, fattorie rosse e silos per il grano sparsi un po' ovunque.
Playlist di viaggio di oggi:
Corazon Espinado - Santana
Dumpweed - Blink 182
Percorrendo la Gay road ("È il nostro habitat, Dani!" cit. Ale), ci avviciniamo alla città di Buffalo. Per un tratto rientriamo nello stato di New York. In un punto ci sono lavori in corso, e ci accorgiamo che ad asfaltare c'é anche un gruppo di donne!
Il viaggio prosegue tranquillo fino a Buffalo. Arriviamo alla frontiera del Canada che è quasi mezzogiorno. Paghiamo 3$, subiamo l'interrogatorio del controllore ("avete armi da fuoco? che relazione vi lega?") e poi via alla conquista del Paese della foglia d'acero!!!
Niagara Falls assomiglia a una località balneare, come Jesolo: ci sono aiuole, carretti che vendono bibite, passeggiate su pavimenti di piastrelle. Solo che, al posto del mare, a rimbombare è l'acqua di una delle attrazioni più famose del mondo: le cascate del Niagara hanno un'altezza pari a 20 piani, e al minuto fanno il "grande salto" 154 milioni di litri d'acqua! Gli "archi d'acqua" che si vedono dalla nostra posizione sono due : la Canadian Horseshoe Falls, alta 53 metri, e le American Falls, entrambe originate dal Niagara River.
Lasciamo le valigie in hotel ("Il Marriott", bellissimo, con lampadari in cristallo nella hall e uno Starbucks interno!!!) e compriamo i biglietti per la gita sul Maid of the Mist, il battello che dal 1846 percorre le acque sottostanti le cascate, un tempo per scopi commerciali oggi a uso turistico. Quando saliamo ci muniscono di k-way blu contro gli spruzzi: il battello infatti arriva vicinissimo alle cascate, e la doccia, non esagerata, è inevitabile.
Il ritorno in albergo sotto il sole ci stanca abbastanza da decidere per un tuffo in piscina: è piena di bambini, ma l'idromassaggio è tranquillo, e ci "schiaffiamo" dentro per una mezz'oretta.
Relax (meritato, o no?!?), doccia e poi cena al Friday's ("In here it's always friday!"). Ci colpisce il fatto che in zona ci sono almeno dieci ristoranti di "italian food" (non optiamo per nessuno...), e che dal portico di uno di questi risuoni "La solitudine" di Laura Pausini! La via dove si trova il Friday's sembra un parco giochi, una piccola Las Vegas: ci sono ruote panoramiche, cinema, casinó, case dell'orrore, dinosauri giganti, minigolf, perfino un museo chiamato "Believe it or not" che da fuori è una casa costruita in orizzontale... i fidanzati fanno lo stampo di cera delle loro mani unite come promessa di amore perenne, e ai muri sono appese mucche a due teste...
Prima di andare a dormire, ci aspetta la visione delle cascate by night: non ci stancheremmo mai di vederle cambiare colore grazie alle luci che le illuminano, dal bianco al viola, dal blu al giallo... uno spettacolo che continua anche dalla finestra della nostra camera, che dá proprio sul Niagara River... e mentre Tony si rilassa con l'idromassaggio della Jacuzzi che abbiamo in bagno, noi ci addormentiamo con il rumore delle cascate del Niagara...
venerdì 5 agosto 2011
mercoledì 3 agosto 2011
Pittsburgh, here we come!
Sveglia alle 6.30: c’è Lady Picca da spostare (meglio evitare un’altra eventuale multa a Washington). Fuori è nuvoloso, e quando usciamo pioviggina: ci vogliono un dolce e un caffè da Starbucks.
Pausa bagno e caffè da Starbucks, poi proseguiamo. Quando arriviamo a Crafton, 15 chilometri da Pittsburgh, dove dormiremo, piove forte. Il paesaggio è grigio e non molto accogliente; è la tipica periferia americana. Anche il Motel 6 che ci ospiterá per una notte è quello che abbiamo visto in tanti film: anonimo e un po' inquietante, e quando vediamo due ragazze di colore uscire da una delle stanze al primo piano, facciamo subito cattivi pensieri sulla loro dubbia reputazione. Alla fine ci rendiamo conto di esserci lasciati suggestionare: le camere (due, una da tre e una da due) sono carine e pulite, e vediamo un gruppo di bambini giocare nel parcheggio (anche dalla stanza delle due ragazze esce un bimbo piccolo... forse non fanno il mestiere più antico del mondo...!).
Lasciamo giú le valigie e ripartiamo subito verso Pittsburgh.
Abbiamo un paio d'ore per visitare l'Andy Warhol museum. Artista diventato famoso in tutto il mondo per la sua pop art e per i ritratti alle celebritá (come Marylin Monroe), è nato proprio qui a Pittsburgh nel 1928, e qui vicino è stato sepolto nel 1987. Riusciamo a ottenere una riduzione sul biglietto d'ingresso fingendoci tutti studenti. Ci sono foto, effetti personali (le scarpe!) e vari lavori di Warhol, ma la stanza più particolare è quella delle Silver clouds: una stanza dove fluttuano "cuscinoni" d'argento giganti riempiti di elio e ossigeno che volano spinti dall'aria di un condizionatore... ci facciamo fare una foto, ma subito una sorvegliante ci riprende. Come scolaretti indisciplinati , firmiamo il libro degli ospiti e di nascosto scattiamo la foto... prrrr, sorvegliante!
Prima di uscire, facciamo una foto con Andy...
Adesivo sul ponte "giallo" di Pittsburgh...
Un'altra coincidenza vuole che stasera allo stadio di Pittsburgh i Pirates, squadra di baseball locale, giochino contro i Chicago Cubs. Ci accorgiamo subito che c'è un evento speciale nell'aria: la città comincia a colorarsi di giallo, che con il nero è il colore simbolo dei Pirates. Ragazzi, ragazze, adulti, bambini indossano almeno una maglietta, un cappellino o un fazzoletto di colore giallo. Come spiega Ale, in America lo sport viene vissuto come un evento comunitario, che coinvolge tantissime famiglie e anche i tifosi più piccoli. L'atmosfera è festosa, e l'aria profuma di popcorn e hot dog. I nostri posti sono ottimi, nonostante abbiamo pagato solo 11 dollari. E pensare che per andare a vedere una partita del Dany,anche lui giocatore professionista (di calcio ), si paga molto di più!
Go bucs, let's win!
E' proprio vero che una partita di baseball è un evento a cui assistere dal vivo: è emozionante vedere come, al di là del gioco, il pubblico venga continuamente coinvolto con jingle, lanci di gadget e magliette, battiti di mani, interviste e quiz. Ben presto veniamo catturati anche noi da questa magia: il momento del canto dell'inno americano è da pelle d'oca.
Gli inning si susseguono senza troppi colpi di scena: il game si chiude tre ore dopo (!!!) per un home run dei Chicago Cubs all'ottavo inning. Bella esperienza davvero, anche se siamo più abituati alla dinamicità di una partita di calcio.
Cotti a puntino, crolliamo a letto sperando di trascorrere una notte tranquilla in questo remoto motel della Pennsylvania...
Prossima tappa: Walmart. Compriamo una nuova borsa frigo (il frighetto di polistirolo preso a NY è durato poco), acqua e ghiaccio, frutta, biscotti, patatine e caramelle.
Facciamo anche benzina per la prima volta da quando siamo in America: il prezzo è 3,65 $/gallone.
Road to Pittsburgh.
Non c’è tanto traffico e si viaggia bene.
Tempo di arrivo previsto: 12.58.
Vamos!
Colonna sonora in macchina:
Born to be wild – Steppenwolf
American idiot – Green Day
All summer long – Kid Rock
Pausa bagno e caffè da Starbucks, poi proseguiamo. Quando arriviamo a Crafton, 15 chilometri da Pittsburgh, dove dormiremo, piove forte. Il paesaggio è grigio e non molto accogliente; è la tipica periferia americana. Anche il Motel 6 che ci ospiterá per una notte è quello che abbiamo visto in tanti film: anonimo e un po' inquietante, e quando vediamo due ragazze di colore uscire da una delle stanze al primo piano, facciamo subito cattivi pensieri sulla loro dubbia reputazione. Alla fine ci rendiamo conto di esserci lasciati suggestionare: le camere (due, una da tre e una da due) sono carine e pulite, e vediamo un gruppo di bambini giocare nel parcheggio (anche dalla stanza delle due ragazze esce un bimbo piccolo... forse non fanno il mestiere più antico del mondo...!).
Lasciamo giú le valigie e ripartiamo subito verso Pittsburgh.
Abbiamo un paio d'ore per visitare l'Andy Warhol museum. Artista diventato famoso in tutto il mondo per la sua pop art e per i ritratti alle celebritá (come Marylin Monroe), è nato proprio qui a Pittsburgh nel 1928, e qui vicino è stato sepolto nel 1987. Riusciamo a ottenere una riduzione sul biglietto d'ingresso fingendoci tutti studenti. Ci sono foto, effetti personali (le scarpe!) e vari lavori di Warhol, ma la stanza più particolare è quella delle Silver clouds: una stanza dove fluttuano "cuscinoni" d'argento giganti riempiti di elio e ossigeno che volano spinti dall'aria di un condizionatore... ci facciamo fare una foto, ma subito una sorvegliante ci riprende. Come scolaretti indisciplinati , firmiamo il libro degli ospiti e di nascosto scattiamo la foto... prrrr, sorvegliante!
Prima di uscire, facciamo una foto con Andy...
Adesivo sul ponte "giallo" di Pittsburgh...
Un'altra coincidenza vuole che stasera allo stadio di Pittsburgh i Pirates, squadra di baseball locale, giochino contro i Chicago Cubs. Ci accorgiamo subito che c'è un evento speciale nell'aria: la città comincia a colorarsi di giallo, che con il nero è il colore simbolo dei Pirates. Ragazzi, ragazze, adulti, bambini indossano almeno una maglietta, un cappellino o un fazzoletto di colore giallo. Come spiega Ale, in America lo sport viene vissuto come un evento comunitario, che coinvolge tantissime famiglie e anche i tifosi più piccoli. L'atmosfera è festosa, e l'aria profuma di popcorn e hot dog. I nostri posti sono ottimi, nonostante abbiamo pagato solo 11 dollari. E pensare che per andare a vedere una partita del Dany,anche lui giocatore professionista (di calcio ), si paga molto di più!
Go bucs, let's win!
E' proprio vero che una partita di baseball è un evento a cui assistere dal vivo: è emozionante vedere come, al di là del gioco, il pubblico venga continuamente coinvolto con jingle, lanci di gadget e magliette, battiti di mani, interviste e quiz. Ben presto veniamo catturati anche noi da questa magia: il momento del canto dell'inno americano è da pelle d'oca.
Gli inning si susseguono senza troppi colpi di scena: il game si chiude tre ore dopo (!!!) per un home run dei Chicago Cubs all'ottavo inning. Bella esperienza davvero, anche se siamo più abituati alla dinamicità di una partita di calcio.
Cotti a puntino, crolliamo a letto sperando di trascorrere una notte tranquilla in questo remoto motel della Pennsylvania...
martedì 2 agosto 2011
Washington day
Anche stamattina la sveglia è suonata puntuale alle 7. Il Dani è sceso in strada per spostare Lady Picca (il parcheggio era valido fino a quell'ora), ma arrivato alla macchina con la Bea ha trovato una poliziotta che si aggirava per la via. Non abbiamo capito se per venti
minuti è scattata la multa oppure no... speriamo nella buona sorte che da sempre ci accompagna (siamo a posto, allora).
Colazione da Starbucks, poi adesivo alla fermata della metro (nota positiva: la metro è pulita e tenuta in ordine, e per la struttura architettonica particolare del soffitto merita una foto). Sbuchiamo direttamente sul National Mall. Washington è certamente una città monumentale, ma, al di là delle colonne del Campidoglio, è anche una città sufficientemente piccola da portarci una birra o un drink assieme agli amici. Quando qualcuno dice “Washington D.C.”, e vi vengono in mente tutte quelle cose che nell’immaginario collettivo sono gli Usa (edifici bianchi, grandi bandiere, il monumento di Abraham Lincoln e il bacino d’acqua in cui essi di rispecchiano), per la precisione quello che vi è venuto è in mente è il National Mall . Si tratta del grande spazio pubblico degli Stati Uniti, dove i cittadini vengono a manifestare contro il governo, a passeggiare al sole, a visitare i musei e a prendere confidenza con i simboli dell’unità nazionale (cit. Lonely Planet). Il Lincoln Memorial e Capitol Hill delimitano i tre chilometri di questa distesa erbosa: al centro dello specchio d’acqua si trova il Washington Monument, che ha fatto da sfondo al discorso di Martin Luther King “I have a dream” nel 1963.
E' una splendida giornata di sole, e nonostante l'aria che tira e che ci spettina, ben presto comincia a fare caldo. La vista è spettacolare: alla nostra destra svetta il Washington Monument, il famosissimo obelisco alto 170 metri ( sulla cui presunta forma fallica circolano battute e doppi sensi), e a sinistra splende la cupola del Capitol Hill, dove si riuniscono le due camere legislative del governo federale. Nel mezzo la distesa del National Mall, lunga in tutto 1,9 miglia ( tre chilometri), che decidiamo di percorrere lungo il bordo a piedi. Oltrepassiamo un giardino pieno di sculture e installazioni d'arte e musicali (l'Hirsh Horn), e poi foto alle fontane e agli stagni con ninfee dello Smithsonian Institution, un edificio che ospita innumerevoli musei tassativamente gratuiti per esplicità volontà del fondatore James Smithsonian e degli altri finanziatori, anche privati.
Passeggiamo fino alla base del Capitol Hill, dove facciamo di parole con un tedesco e uno spagnolo anche loro in vacanza. Ripercorriamo il National Mall al contrario sul lato opposto, e poi entriamo al National Air and Space Museum, dove i turisti si accalcano per vedere il velivolo dei fratelli Wright e il modulo lunare Apollo 11, che sbarcò sulla Luna nel 1969. Altra tappa all' United States Holocaust Memorial Museum, costruito per ricordare la Shoah degli ebrei e altri stermini di massa del mondo. Molto toccante la Stanza del Ricordo, dove i turisti accendono candele sotto ai muri che portano scritti i nomi dei campi di concentramento più famosi della seconda guerra mondiale. Fa una certa impressione anche la struttura del museo, che per le pareti in mattoni rossi e le grate in ferro alle finestre rievoca l'atmosfera dei lager. La scritta all'uscita "Think about what you saw" lascia in bocca un sapore po' amaro ma anche lo stimolo a riflettere...
Sempre sotto il sole cocente, ci dirigiamo al West Potomac Park Paddle Boats, da cui si vede, al di lá di uno specchio d'acqua il Jefferson memorial: per la cupola ricorda troppo il tempio del Canova di Possagno! (per chi della zona lo conosce). Ci avviciniamo al "fallo" per vederlo da sotto (maliziosi!), poi ci siamo diretti al Vietnam Veterian Memorial: due pareti inclinate in marmo nero a forma di V dove sono incisi i nomi dei 58 mila soldati morti nella guerra del Vietnam. Decidiamo di rientrare in albergo ("me sto a squaglià" cit. Tony), non prima di aver fatto una foto davanti alla facciata della White House. Michelle Obama ci aveva invitato per un caffè, ma abbiamo rifiutato per non causarle troppo disturbo.
In camera per una rinfrescata e poi recuperiamo Lady Picca per raggiungere il Pentagono e l'Arlington National cemetery.
"Welcome to Virginia" recita un cartellone stradale: e così oggi passiamo in un altro stato. L'aria è caldissima, la gola ancora più secca. Quando leggiamo "Pentagon south parking", ci infiliamo in una parcheggio proprio a fianco dell'edificio dalla famosissima forma geometrica dove ha sede il dipartimento della difesa degli Stati Uniti. Si tratta del più grande edificio di uffici del mondo.
Per una visita degli interni è necessaria la prenotazione; così seguiamo le indicazioni per il "Pentagon memorial": dedicato alle 184 persone, uomini, donne e bambini, morti l'11 settembre nell'attacco al Pentagono.
Il posto è davvero suggestivo: 184 panchine illuminate sono state disposte per fila in base all'età delle vittime, dalla più giovane (Dana, tre anni) alla più vecchia (un uomo di 71). Quelle rivolte verso il Pentagono indicano le vittime decedute all'interno dello stabile; quelle dirette verso l'esterno ricordano le vittime decedute in cielo, a bordo dell'aereo. Anche il muro circostante è ricco di significato: la sua altezza varia da 3 inches (9 cm) a 71 (sempre come le età della vittima più giovane e di quella più anziana).
Tony riesce a ottenere parte di queste info da un militare che sta uscendo dal Pentagono in quel momento, e che, guarda caso, è stato di stanza a Testaccio, zona di Roma. Le coincidenze!
Prima di andare a cenare, è la volta dell'Arlington national cemetery, cimitero militare inaugurato durante la guerra civile americana su una distesa di oltre due chilometri quadrati. Qui riposano più 300 mila soldati americani e i resti di personale in servizio e ausiliari che hanno servito in tutte le guerre combattute dagli Usa, dalla guerra di indipendenza all'Iraq. Una fiamma brucia costantemente sulla tomba di Kennedy, e le lapidi bianche, le stesse del film Salvate il soldato Ryan, si perdono a vista d'occhio.
Un inserviente ci avverte che abbiamo "just ten minutes", perché poi il cimitero chiude.
Ultima visita al Jefferson memorial, il "tempo canoviano" di Washington che ospita una statua gigantesca del presidente e alcune sue frasi celebri.
A questo punto siamo esausti: secondo i calcoli abbiamo percorso più di 15 chilometri a piedi oggi! E' tempo di mangiare: un po' in periferia becchiamo per caso un locale che ci ispira, il "Khan's": una volta scelto il piatto e la carne che si preferisce, con una ciotolina ci si rifornisce a buffet di verdure e "noodles" (una specie di spaghetti) e poi si va direttamente dal cuoco che cucina sulla piastra davanti ai propri occhi.
Dany e Ale si danno al piccante con risultati disastrosi (il bruciore è insopportabile, ma riescono a finire).
Qualche scatto al Capitol Hill e alla Casa Bianca by night per salutare Washington come si deve.
Poi non ci resta che stramazzare a letto.
Domani road to Pittsburgh! Si punta verso nord!
Adesivi attaccati a Washington: 4
- stazione della metropolitana, fermata "Smithsonian";
- palo semaforo prima del Capitol Hill;
- cestino davanti alla Casa Bianca;
- palo della luce dietro il Capitol Hill.
Cose degne di nota
- la temperatura ha raggiunto i 100 ° F (37 °C);
- circa 15 chilometri di camminata;
Dove abbiamo mangiato
Khan's bar & grill
Indirizzo: 1125 H street NE
Consigliato: sì
Prezzi accettabili (sui 15$), non lontano dal centro, personale cortese, si può assistere alla cottura dei piatti.
Slogan: "good food, good people, good time"
minuti è scattata la multa oppure no... speriamo nella buona sorte che da sempre ci accompagna (siamo a posto, allora).
Colazione da Starbucks, poi adesivo alla fermata della metro (nota positiva: la metro è pulita e tenuta in ordine, e per la struttura architettonica particolare del soffitto merita una foto). Sbuchiamo direttamente sul National Mall. Washington è certamente una città monumentale, ma, al di là delle colonne del Campidoglio, è anche una città sufficientemente piccola da portarci una birra o un drink assieme agli amici. Quando qualcuno dice “Washington D.C.”, e vi vengono in mente tutte quelle cose che nell’immaginario collettivo sono gli Usa (edifici bianchi, grandi bandiere, il monumento di Abraham Lincoln e il bacino d’acqua in cui essi di rispecchiano), per la precisione quello che vi è venuto è in mente è il National Mall . Si tratta del grande spazio pubblico degli Stati Uniti, dove i cittadini vengono a manifestare contro il governo, a passeggiare al sole, a visitare i musei e a prendere confidenza con i simboli dell’unità nazionale (cit. Lonely Planet). Il Lincoln Memorial e Capitol Hill delimitano i tre chilometri di questa distesa erbosa: al centro dello specchio d’acqua si trova il Washington Monument, che ha fatto da sfondo al discorso di Martin Luther King “I have a dream” nel 1963.
Passeggiamo fino alla base del Capitol Hill, dove facciamo di parole con un tedesco e uno spagnolo anche loro in vacanza. Ripercorriamo il National Mall al contrario sul lato opposto, e poi entriamo al National Air and Space Museum, dove i turisti si accalcano per vedere il velivolo dei fratelli Wright e il modulo lunare Apollo 11, che sbarcò sulla Luna nel 1969. Altra tappa all' United States Holocaust Memorial Museum, costruito per ricordare la Shoah degli ebrei e altri stermini di massa del mondo. Molto toccante la Stanza del Ricordo, dove i turisti accendono candele sotto ai muri che portano scritti i nomi dei campi di concentramento più famosi della seconda guerra mondiale. Fa una certa impressione anche la struttura del museo, che per le pareti in mattoni rossi e le grate in ferro alle finestre rievoca l'atmosfera dei lager. La scritta all'uscita "Think about what you saw" lascia in bocca un sapore po' amaro ma anche lo stimolo a riflettere...
Sempre sotto il sole cocente, ci dirigiamo al West Potomac Park Paddle Boats, da cui si vede, al di lá di uno specchio d'acqua il Jefferson memorial: per la cupola ricorda troppo il tempio del Canova di Possagno! (per chi della zona lo conosce). Ci avviciniamo al "fallo" per vederlo da sotto (maliziosi!), poi ci siamo diretti al Vietnam Veterian Memorial: due pareti inclinate in marmo nero a forma di V dove sono incisi i nomi dei 58 mila soldati morti nella guerra del Vietnam. Decidiamo di rientrare in albergo ("me sto a squaglià" cit. Tony), non prima di aver fatto una foto davanti alla facciata della White House. Michelle Obama ci aveva invitato per un caffè, ma abbiamo rifiutato per non causarle troppo disturbo.
In camera per una rinfrescata e poi recuperiamo Lady Picca per raggiungere il Pentagono e l'Arlington National cemetery.
"Welcome to Virginia" recita un cartellone stradale: e così oggi passiamo in un altro stato. L'aria è caldissima, la gola ancora più secca. Quando leggiamo "Pentagon south parking", ci infiliamo in una parcheggio proprio a fianco dell'edificio dalla famosissima forma geometrica dove ha sede il dipartimento della difesa degli Stati Uniti. Si tratta del più grande edificio di uffici del mondo.
Per una visita degli interni è necessaria la prenotazione; così seguiamo le indicazioni per il "Pentagon memorial": dedicato alle 184 persone, uomini, donne e bambini, morti l'11 settembre nell'attacco al Pentagono.
Il posto è davvero suggestivo: 184 panchine illuminate sono state disposte per fila in base all'età delle vittime, dalla più giovane (Dana, tre anni) alla più vecchia (un uomo di 71). Quelle rivolte verso il Pentagono indicano le vittime decedute all'interno dello stabile; quelle dirette verso l'esterno ricordano le vittime decedute in cielo, a bordo dell'aereo. Anche il muro circostante è ricco di significato: la sua altezza varia da 3 inches (9 cm) a 71 (sempre come le età della vittima più giovane e di quella più anziana).
Tony riesce a ottenere parte di queste info da un militare che sta uscendo dal Pentagono in quel momento, e che, guarda caso, è stato di stanza a Testaccio, zona di Roma. Le coincidenze!
Prima di andare a cenare, è la volta dell'Arlington national cemetery, cimitero militare inaugurato durante la guerra civile americana su una distesa di oltre due chilometri quadrati. Qui riposano più 300 mila soldati americani e i resti di personale in servizio e ausiliari che hanno servito in tutte le guerre combattute dagli Usa, dalla guerra di indipendenza all'Iraq. Una fiamma brucia costantemente sulla tomba di Kennedy, e le lapidi bianche, le stesse del film Salvate il soldato Ryan, si perdono a vista d'occhio.
Un inserviente ci avverte che abbiamo "just ten minutes", perché poi il cimitero chiude.
Ultima visita al Jefferson memorial, il "tempo canoviano" di Washington che ospita una statua gigantesca del presidente e alcune sue frasi celebri.
A questo punto siamo esausti: secondo i calcoli abbiamo percorso più di 15 chilometri a piedi oggi! E' tempo di mangiare: un po' in periferia becchiamo per caso un locale che ci ispira, il "Khan's": una volta scelto il piatto e la carne che si preferisce, con una ciotolina ci si rifornisce a buffet di verdure e "noodles" (una specie di spaghetti) e poi si va direttamente dal cuoco che cucina sulla piastra davanti ai propri occhi.
Dany e Ale si danno al piccante con risultati disastrosi (il bruciore è insopportabile, ma riescono a finire).
Qualche scatto al Capitol Hill e alla Casa Bianca by night per salutare Washington come si deve.
Poi non ci resta che stramazzare a letto.
Domani road to Pittsburgh! Si punta verso nord!
Adesivi attaccati a Washington: 4
- stazione della metropolitana, fermata "Smithsonian";
- palo semaforo prima del Capitol Hill;
- cestino davanti alla Casa Bianca;
- palo della luce dietro il Capitol Hill.
Cose degne di nota
- la temperatura ha raggiunto i 100 ° F (37 °C);
- circa 15 chilometri di camminata;
Dove abbiamo mangiato
Khan's bar & grill
Indirizzo: 1125 H street NE
Consigliato: sì
Prezzi accettabili (sui 15$), non lontano dal centro, personale cortese, si può assistere alla cottura dei piatti.
Slogan: "good food, good people, good time"
dritti alla capitale!
Lasciata la Pennsylvania, entriamo nel District of Columbia. Qualche problemino con il tom tom (che all’inizio sembra non sapere dell’esistenza di Washington!), ma alla fine, verso le 19.30, vediamo spuntare “er cupolone” del Capitol Hill e l’obelisco del National Mall (ribattezzato “fallo” per l’occasione…).
Per due notti alloggeremo al “The George Washington University Inn”: la posizione è ottima, ci troviamo in una zona residenziale e universitaria con casette a schiera. Eppure nella guida ci avevano messa in guardia per l’elevata criminalità! Quando usciamo per cenare, un signore ci dà indicazioni per il Marshall, locale piccolo ma caratteristico: “abbuffata” di 5 hamburger più coca e birra. Ma la palpebra cala, siamo “divelti” (cit. AleTun): decidiamo di rimandare la visione notturna della Casa Bianca a domani sera. Per ora doccia e nanna.
Da Washington D.C. è tutto.
A domani!
Road to Philadelphia
Speranze subito infrante: un incidente ci tiene fermi mezz’ora, causando un piccolo ritardo sulla tabella di marcia.
Mai paura, comunque. Dopo l’arrivo dell’elicottero, il traffico si sblocca e ripartiamo.
“Sbarchiamo” a Philadelphia alle 13.30: eccitatissimi vediamo lo skyline della “sorella minore di New York” stagliarsi all’orizzonte. “Go Phillis” recitano i muri della periferia incitando la squadra di baseball locale.
Philadelphia è molto diversa da NY: la maggior parte delle case sono costruite in mattoni rossi, vecchio stile, e si alternano agli edifici nuovi sorti negli ultimi anni.
Onore al merito per il parcheggio a S di AleTun con Lady Picca. Poi ci dirigiamo verso l’Indipendence Hall: “luogo di nascita del primo governo americano, in cui i delegati delle 13 colonie si riunirono il 4 luglio del 1776 per ratificare ufficialmente la Dichiarazione d’indipendenza.
Attacchiamo l’adesivo dei 5 pazzi nell’Indipendence Square, dove la Dichiarazione venne letta al pubblico per la prima volta.
Pausa hotdog sulle panchine della Washington Square, e poi via verso il City Hall, municipio cittadino e più alto edificio del mondo costruito in muratura senza strutture in acciaio.
Capatina per Vale&Bea in Walnut street, 1414, per foto di rito davanti a Tiffany. “Mamma mia! Due Tiffany in due giorni!” (cit. Vale).
Mentre Ale e Dani recuperano Lady Picca, Tony, Vale e Bea visitano i dintorni: una piazzatta riproduce un tavolo da gioco gigantesco con le pedine della tombola, della dama, del domino e degli scacchi; più avanti in una piazzetta chiamata “Love” una fontana si è trasformata in una piscina per bambini.
Ultima meta a “Philly” il Philadelphia art museum, attraverso il Benjamin Franklin parkway, che è stato progettato sul modello degli Champs Elysées parigini. Nel 1976 la grandiosa scalinata dell’ingresso del museum fece da sfondo alla famosa scena del film Rocky, interpretato da Sylvester Stallone. E proprio lo “stallone” dei 5 pazzi on the road, Tony, dotato di felpa con cappuccio e grinta vincente, interpreta il famoso pugile salendo a tutto fiato fino alla cima della scalinata (che stesse per inciampare non è un dettaglio da trascurare! Copiose le risa degli altri quattro e dei turisti presenti).
Qualche foto da cartolina sullo sfondo di Philadelphia e poi di nuovo on the road. Direzione: Washington.
Bye bye Pennsylvania!
198 YPR
Vi presentiamo Lady Picca
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| Lady Picca |
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| Lady Picca |
Colei che ci porterà, attraverso i 6 mila chilometri fino al Pacifico!
È una Toyota Sienna, bianca, 7 posti, 10 porta bicchieri, interfaccia Iphone/Ipod gestione dal monitor dell’autoradio… e lo carica anche!!!! Videocamera nella targa posteriore utile per la retromarcia (viste le dimensione di Lady Picca), vetri oscurati, braccioli per ogni sedile, possibilità di stendere le gambe… in ogni sedile!!! Sedili “camosciati’ color Caetus ( la nostra mascottina), cambio sequenziale!
Un po’ di acquisti per il viaggio: Tom Tom, frigo in polistirolo, ghiaccio per il frigo, Inverter DC to AC abbiamo la corrente in macchina!!! E vari generi alimentari contro i cali di zuccheri.
Alla guida adesso c’è Ale che ha preso subito confidenza con Lady Picca. Traffico scorrevole, limite di velocità a 65 miglia all’ora (“A 65 ci sorpassano anche i cani! – Ale – “Ce so’ e lumache che te fanno i fari!” – Tony - ).
Tempo di arrivo previsto a Philadelphia: 12.43.
domenica 31 luglio 2011
Adesivi 5 pazzi on the road attaccati a NY
Uno squalo on the road: la nostra mascotte
![]() |
| Caetus sul Rockeffeler Center (alle spalle l'Empire State Building) |
Ogni avventura che si rispetti deve avere una mascotte portafortuna: vi presentiamo in via ufficiale Caetus (leggi "Cetus"), perché "shark" era troppo banale e perché gli studi umanistici di Bea hanno avuto la meglio.
Sarà il primo squaletto della storia a fare il coast to coast on the road.
![]() |
| Caetus - la mascotte dei 5 pazzi on the road |
Fortunello lui!
Ma guardatelo...
è cosí bellino!!!
Una domenica newyorchese/2
Non abbiamo mai vista com'era Ground zero prima del 9/11, ma la pelle d'oca viene anche a noi quando vediamo i nomination degli heroes di quel giorno scritti sui muri o sui pannelli espositivi del Memorial . Pompieri, poliziotti e migliaia di alter person fortunate di cue rimangono solo le foot sgualcite o divise rovinate. Ground zero ci rattrista un po', mentre dal cantiere arrivano i rumor del cantiere aperto anche la domenica. Salutiamo la torre che sostituirà le due Gemelle e che cresce velocissima. D'altronde lo abbiamo capito, gli americani si distinguono anche per questo: la volontà di guardare sempre avanti. Here we go. Andiamo verso Battery park.
Eccola la donna più famosa di NY: la Statua della libertà aspetta immobile all'orizzonte orde di turisti che si affollano sul porto per salire sui traghetti. Non abbiamo tempo di andarla a trovare. Qualche foto ai bambini che giocano sulle fontane e poi subito alla metro per tornare nell'Upper town per il pranzo.
Decine di indianini cercano di "venderci" un giro in tandem o in risciò. Decidiamo di esplorare Central park a piedi. Cani, bambini, turisti, giostrine colorate, carrozze con i cavalli... un "francobollo verde" animato da una brulicante ma rilassata attività. È tempo per un hot dog mentre guardiamo un gruppo di ragazzi e ragazze che giocano a baseball.
Ma è anche di tempo di shopping. Sfrenato! Tutti nella Fifth avenue: Apple store, Abercrombie & Fitch, Diesel, Tiffany! Foto di rito per la Vale davanti alle porte della gioielleria, una maglietta a testa per Dani e Ale, opera di svaligiamento dell'Abercrombie per Tony.
Decidiamo di concludere la giornata con una serie di scatti dall'alto di Rockfeller Center e con un hamburger in un irish pub.
Un ultimo saluto a Times square, una capatina al negozio delle M & M's e poi dritti verso l'albergo, per pianificare le "mosse" di domani, primo giorno di on the road verso Philadelphia e Washington.
Here we go, guys!
Eccola la donna più famosa di NY: la Statua della libertà aspetta immobile all'orizzonte orde di turisti che si affollano sul porto per salire sui traghetti. Non abbiamo tempo di andarla a trovare. Qualche foto ai bambini che giocano sulle fontane e poi subito alla metro per tornare nell'Upper town per il pranzo.
Decine di indianini cercano di "venderci" un giro in tandem o in risciò. Decidiamo di esplorare Central park a piedi. Cani, bambini, turisti, giostrine colorate, carrozze con i cavalli... un "francobollo verde" animato da una brulicante ma rilassata attività. È tempo per un hot dog mentre guardiamo un gruppo di ragazzi e ragazze che giocano a baseball.
Ma è anche di tempo di shopping. Sfrenato! Tutti nella Fifth avenue: Apple store, Abercrombie & Fitch, Diesel, Tiffany! Foto di rito per la Vale davanti alle porte della gioielleria, una maglietta a testa per Dani e Ale, opera di svaligiamento dell'Abercrombie per Tony.
Decidiamo di concludere la giornata con una serie di scatti dall'alto di Rockfeller Center e con un hamburger in un irish pub.
Un ultimo saluto a Times square, una capatina al negozio delle M & M's e poi dritti verso l'albergo, per pianificare le "mosse" di domani, primo giorno di on the road verso Philadelphia e Washington.
Here we go, guys!
Una domenica newyorchese/1
Stamattina ci siamo svegliati alle 5 (colpa del fuso orario), ma siamo rimasti a letto un altro paio d'ore, tranne Tony tecnologico che si è dedicato al blog, aggiungendo l'orologio che dice che ora è qui in America.
Siamo usciti dal Gershwin nell'aria tranquilla e assolata di una domenica newyorchese qualsiasi.

Prima destinazione la fermata della metro più vicuna per raggiungere Brooklyn. Le strade snob sono così affollate e fa meno caldo di ieri. La guida dice che Brooklyn è quasi una città a sè: i suoi abitanti trascorrono intere settimane senza uscire dal quartere.
Ci sono case in mattoni e viali di alberi.
Ci dirigiamo verso il famoso ponte.
La vista sembra quella di una cartolina: lo skyline si perde a vista d'occhio, e i due fiumi che bagnano la downtown, l'East river e l'Hudson river, si incontrano buttandosi nell'oceano ai piedi della Statua della Libertà.


E mentre i newyorchesi passeggiano e corrono sotto il sole che si é alzato, noi ci dirigiamo verso Ground zero.
Lí dove una volta c'erano le torri gemelle, e dove oggi è rimasto un vuoto. E tanti ricordi...
Siamo usciti dal Gershwin nell'aria tranquilla e assolata di una domenica newyorchese qualsiasi.

Prima destinazione la fermata della metro più vicuna per raggiungere Brooklyn. Le strade snob sono così affollate e fa meno caldo di ieri. La guida dice che Brooklyn è quasi una città a sè: i suoi abitanti trascorrono intere settimane senza uscire dal quartere.
Ci sono case in mattoni e viali di alberi.
Ci dirigiamo verso il famoso ponte.
La vista sembra quella di una cartolina: lo skyline si perde a vista d'occhio, e i due fiumi che bagnano la downtown, l'East river e l'Hudson river, si incontrano buttandosi nell'oceano ai piedi della Statua della Libertà.


E mentre i newyorchesi passeggiano e corrono sotto il sole che si é alzato, noi ci dirigiamo verso Ground zero.
Lí dove una volta c'erano le torri gemelle, e dove oggi è rimasto un vuoto. E tanti ricordi...
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